Dopo aver avuto occasione di ascoltarne piu di qualcuno, ma soprattutto dopo aver incontrato nel mio studio parecchi giovani sotto i 30 anni per il medesimo problema, mi chiedo come sia possibile che un uomo possa affrontare un trasloco, una separazione, un lutto, un colloquio con il capo e perfino un pranzo con dei suoceri esigenti, ma vada in tilt davanti alla cosa più naturale del mondo: la propria vulnerabilità.
L’ansia da prestazione maschile è un po’ come quel collega che nessuno ha invitato alla riunione, ma che si presenta comunque, prende la parola e rovina l’atmosfera.
L'ansia da prestazione arriva, si siede comoda e sussurra: “Spero tu abbia studiato, perché oggi si verifica tutto”.
E così, mentre il corpo vorrebbe collaborare, la mente apre un manuale di istruzioni che nessuno ha mai scritto.
“Funzionerò?”
“E se non succede?”
“E se lei pensa che sia colpa mia?”
È tipo un interrogatorio che neanche alla dogana!
La cosa più ironica però è sapere che gli uomini crescono con l’idea che “devono essere sempre pronti”.
Come se fossero dispositivi elettronici con batteria infinita.
Peccato che nessuno abbia spiegato loro che non sono macchine, e che la pressione non è un caricatore: è un sabotatore.
E allora mi domando:
Quando abbiamo deciso che il desiderio dovesse essere una performance?
Chi ha stabilito che il corpo debba obbedire a comando, come un assistente vocale?
La verità è che l’ansia da prestazione non parla di potenza, ma di paura.
Paura di deludere, di non essere all’altezza, di essere visti davvero, e se c’è una cosa che l’intimità non sopporta, è la finzione.
Forse il punto non è “fare bella figura”, ma fare pace con la propria umanità.
Forse la vera rivoluzione maschile non è “essere sempre forti”, ma concedersi il lusso di dire:
“Ho bisogno di respirare”.
E se la prestazione migliore si ottenesse smettendo di performare?
Dott. ssa Fabiana Anna Lombardo
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